Paura di lasciarsi andare: cosa si nasconde dietro un’eccessiva rigidità?

Per alcune persone la vita sembra essere improntata all’ordine e al rigore, degli imperativi imposti prima di tutto a sé stessi e poi agli altri. Vediamo alcune caratteristiche di personalità di chi vive un’intensa paura di lasciarsi andare e l’impossibilità di prendere la vita con maggiore leggerezza.

Innanzitutto la dimensione del dovere appare centrale, non c’è spazio per il piacere e per la leggerezza. Un’altra tendenza importante per queste persone è quella di controllare tutto, sono sempre attente e vigili al fine di assicurarsi che tutto vada come previsto, tanto da pianificare le giornate, tenere i propri spazi in ordine e da tenersi occupati con molte attività, senza riuscire a rilassarsi mai.

Sul piano relazionale risultano distaccate e fredde, per loro lasciarsi andare alle emozioni provate è molto difficile, in quanto sono considerate fonte di caos e di imprevedibilità.

Cosa si nasconde dietro una persona rigida, eccessivamente scrupolosa e perfezionista che fatica a lasciarsi andare?

Queste caratteristiche di personalità si manifestano quando la persona non riesce a vivere le situazione incerte con serenità, poichè interpreta l’incertezza come portatrice di pericolo e di imprevisti.

Lasciarsi andare alle emozioni non è contemplato perchè potrebbero succedere degli imprevisti, l’esporsi all’inaspettato e mettersi in gioco è rischioso, evitano quindi il coinvolgimento emotivo come strategia di difesa.

Un timore importante per le persone che hanno paura di lasciarsi andare è quello di mostrarsi vulnerabili e in difficoltà, per questo tendono a mostrare i loro lati più funzionanti e a tenere per sé le proprie fragilità.

Queste persone inoltre sentono che se non rispettano le regole, se non danno il massimo in quello che fanno, potrebbero deludere gli altri.

Tutte queste caratteristiche di personalità quindi sono il risultato di credenze disfunzionali da cui la persona tenta di proteggersi che invece hanno come risultato l’aumento dell’ansia e l’utilizzo di strategie disfunzionali per farvi fronte, in quanto tenere tutto sotto controllo ed essere sempre impeccabili non è possibile.

Il loro comportamento infatti non è lo specchio di impegno e responsabilità, ma di un bisogno interiore che deriva dalla sensazione che se ci si lascia andare potrebbe succedere qualcosa di brutto, oppure che si potrebbe perdere la stima delle persone intorno a noi.

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Paura di lasciarsi andare: le cause

La paura di lasciarsi andare può avere diverse origini.

Nella vita di queste persone potrebbero essere accaduti degli eventi imprevedibili che si sono rivelati negativi come incidenti, malattie o fallimenti economici. Generalmente, il ricordo negativo di una esperienza di “mancanza di controllo” terrorizza la persona, che per scongiurare tale evenienza, evita tutte le situazioni simili, rinforzando tuttavia il circuito dell’ansia.

Come sempre però dobbiamo allargare lo sguardo, complessizzare il problema e andare oltre all’immediatezza di questo dato, andando a vedere anche la storia personale e familiare.

Una persona che ha paura di lasciarsi andare può aver vissuto un’infanzia caratterizzata da un eccesso di regole e di disciplina. L’aver ricevuto un’educazione troppo rigida, con i genitori che hanno preteso perfezione ed efficienza, potrebbe portare la persona ad aver introiettato questo stile di vita e a non riuscire a farne più a meno per sentirsi “nel giusto”. L’atteggiamento intransigente dei genitori è diventato il proprio e viene applicato a sé stessi come agli altri.

In alcuni casi quindi il soggetto può pensare che l’amore che riceve dipende proprio dall’impeccabilità dei suoi comportamenti, che quindi vada meritato con impegno e sacrificio. Per questo la persona si sacrifica sempre al massimo in ogni attività che mette in atto, ricercando la perfezione e non ammettendo l’errore.

Si può capire quindi come la dimensione del piacere venga totalmente trascurata per il dovere.

Alcune riflessioni necessarie

 

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Come possiamo incidere quindi su questo controllo dovuto alla paura di lasciarsi andare?

Ecco alcune domande che possono guidare questa riflessione.

L’equazione da spezzare è quella per cui una situazione incerta, priva di controllo porterà sicuramente a qualcosa di negativo.

Le domande da porsi quindi sono:

-Cosa temo esattamente?

-Quanto è possibile che accada questa evento?

-Definiamo meglio questa evento: è così grave? È l’unico esito possibile?

-La modalità che sto utilizzando per fronteggiare questo evento è utile?

 

 

Queste persone molto spesso vivono la loro rigidità come un qualcosa di ineluttabile a cui non possono sfuggire, anche di fronte alla solitudine o alla prospettiva di rimanere soli non riescono a tollerare l’incertezza e il possibile cambiamento.

E’ proprio quando ci rendiamo conto di questo che vale la pena chiedere aiuto, per imparare a costruire relazioni gratificanti e positive che permettano di raggiungere una maggiore serenità.

E’ evidente come in questa fatica non ci sia libertà ma bensì il condizionamento della propria storia.

 

 

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Dott.ssa Beatrice Ottaviani Psicologa in Valdarno

 

Aiuto psicologico: le 3 domande di richiesta di aiuto

L’aiuto psicologico non riguarda solo risolvere problemi o sostenere le persone nella sofferenza, è una relazione che aiuta a ritrovare il benessere, ad esprimere al meglio le proprie possibilità, ad attivare risorse e a far emergere le parti migliori di sè.

Esistono moltissime domande di aiuto psicologico, molto diverse tra di loro, che possono essere raggruppate in tre grandi categorie.

La domanda di aiuto psicologico di una persona per sé stessa

La domanda individuale di una persona per sé stessa è una quella statisticamente più frequente: un sintomo, delle difficoltà relazionali, un momento di crisi personale, l’elaborazione di un evento traumatico che ha avuto un impatto molto forte sulla propria vita.

Tenendo in considerazione requisiti come l’età e la gravità della situazione, la persona verrà invitata a sostenere un colloquio individuale. Il paziente troverà un professionista orientato dall’ascolto clinico che lo guiderà a dare un senso alla sua sofferenza, collocandola nel suo contesto esistenziale e nelle relazioni che lo trovano implicato nel presente al fine di poter arrivare a delle conclusioni diverse rispetto alle premesse iniziali con le quali la persona si è presentata, che sono fonte di sofferenza. E’ importante che il paziente trovi attraverso l’aiuto psicologico uno sguardo diverso al proprio problema, affinchè possa uscire già dalle prime sedute con una rappresentazione diversa rispetto a quella iniziale. L’obiettivo nel lungo termine sarà quello di trovare un modo di esistere più sano e funzionale.

Lo psicologo, dopo un primo momento di approfondimento, potrà formulare una proposta di lavoro individuale, di coppia o familiare a seconda del tipo di intervento che riterrà più utile ad aiutare il paziente, dandone la motivazione; sarà poi il paziente che sceglierà la modalità che preferisce.

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La domanda di un familiare per un altro familiare non richiedente aiuto

La domanda di un familiare per un altro familiare riguarda spesso un figlio verso il quale il genitore nutre una certa preoccupazione, oppure un partner, più raramente un fratello, definiti “malati” o “problematici”, che non sono motivati a chiedere un aiuto e quindi poco collaboranti circa l’idea di rivolgersi ad un esperto.

Bisogna sempre tenere conto che il primo requisito per affrontare un percorso di aiuto psicologico è proprio la motivazione a parteciparvi. Di conseguenza in questi casi, come sottolineano Cirillo, Selvini e Sorrentino, sarebbe un errore convocare la persona da sola, quando non riconosce di avere un problema, quando non è richiedente, cioè non la si può “spedire in terapia”.

In questi casi risulta molto più efficace vedere il ragazzo, o il familiare, insieme ai genitori o a chi ha formulato la richiesta di aiuto.

Nel caso in cui il paziente sia un ragazzo, prendiamo l’atteggiamento ostile dell’adolescente nei confronti della terapia come fondamentalmente sano, in quanto costituisce un attacco alla sua autostima.
A volte i genitori sarebbero per delegare al professionista il figlio adolescente, dando l’impressione di volerlo riparare, a causa di proprie ambivalenze, senso di colpa o incapacità a mettersi in gioco. Questa mossa nei confronti dell’adolescente va evitata. Invitare l’adolescente non richiedente da solo, può risultare patologizzante per lui e risultare una squalifica nei confronti dei genitori, figure che, al contrario, hanno bisogno di essere sostenute e rafforzate.

Parlare insieme della sofferenza rappresenta un’importante condivisione, un momento di appartenenza e di autocritica, molto utile soprattutto in quelle situazioni in cui la fiducia è lacerata, dove i genitori hanno un ruolo molto importante nel sanare questa ferita. Far parlare l’adolescente di fronte ai genitori solitamente è un aspetto che attiva il giovane, lo rende partecipe e collaborante, contemporaneamente all’altro aspetto fondamentale che avviene durante un percorso di aiuto psicologico che è il rafforzamento dei genitori nel loro ruolo di guida.

Quando il paziente è un bambino, i portatori della domanda di aiuto sono i genitori o gli adulti che ne hanno la tutela. Sarà quindi opportuno riservare uno spazio in cui i genitori da soli possano esprimere le loro preoccupazioni, le proprie ipotesi circa l’origine del problema, le proprie ansie e i propri conflitti, in modo che tutto ciò avvenga in assenza dei figli piccoli che potrebbero rimanerne turbati. In quanto datori di cure che richiedono una consulenza, si fanno portatori di una domanda che passerà necessariamente attraverso un lavoro su di loro come persone, in quanto genitori e coniugi. La dimensione è quella dell’alleanza di lavoro al fine di collaborare a sostegno della genitorialità.

A seconda dell’età del bambino, si procederà poi alla sua convocazione e all’ascolto del suo punto di vista valutandone un coinvolgimento più o meno consistente nel percorso di aiuto psicologico.

Quando la richiesta è quella di un familiare per un adulto, che potrebbe essere ad esempio per un partner con delle dipendenze, dei comportamenti delinquenziali oppure con una depressione post-partum, al primo colloquio si invitano entrambi gli interessati cercando di costruire un’alleanza terapeutica con il paziente, alla presenza del coniuge richiedente. Esploreremo in parallelo la storia dei sintomi e della persona, cercando di capire quali sono le situazioni che abbiano indotto tutto ciò nel partner.

La domanda per una relazione problematica

Infine abbiamo la domanda di aiuto psicologico per una relazione definita problematica o conflittuale. La più frequente di questa tipologia è la domanda per la coppia, dove in assenza di una patologia individuale si chiede aiuto per una relazione.

Spesso la richiesta di aiuto nasce dal profondo dolore legato ad uno specifico evento: la scoperta di un tradimento, la lettura di messaggi ambigui sul cellulare, la minaccia dell’uscita di casa. In altre occasioni la domanda racconta di una vita di coppia molto insoddisfacente da tempo. Non c’è un fatto specifico da segnalare ma piuttosto stanchezza, noia, assenza di entusiasmo e passione spesso legate alla mancanza di dialogo, calo della sessualità, delusioni reciproche di fronte ad eventi connessi alla sfera lavorativa, all’arrivo dei figli, alle tensioni con la famiglia di origine. Ingredienti che rendono la relazione un luogo complicato da vivere e difficile da sopportare.

In questo caso il focus sulla relazione motiva ad invitare entrambi i coniugi, anche se uno dei due si tira indietro oppure al contrario vorrebbe essere ascoltato da solo, in cerca di un’alleanza con lo psicologo.

Più raramente la richiesta per una relazione problematica si formula per difficoltà relazionali come quella tra genitori e figli o tra fratelli senza che ci sia un paziente, cioè una persona particolarmente sofferente o con un sintomo. Anche in questo caso il paziente sarà la famiglia, come lo era la coppia, un organismo in cui le relazioni non funzionano più e generano disagio, dolore, a volte violenza. Il sintomo è un conflitto rispetto al quale non si trova via d’uscita.

La richiesta di aiuto psicologico in questo caso può riguardare anche la gestione dei rapporti familiari a seguito di un evento luttuoso e traumatico: una morte inaspettata, la nascita di un bambino con malformazioni o le gestione di una persona disabile. Anche in questi casi sarebbe utile la partecipazione di tutta la famiglia, in modo che possano scendere in campo tutte le risorse disponibili.

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Dott.ssa Beatrice Ottaviani Psicologa in Valdarno

 

BIBLIOGRAFIA
Cirillo S., Selvini M., Sorrentino A. Entrare in terapia, Le sette porte della terapia sistemica. Raffaello Cortina Editore, Milano (2016)

Stress, 2 modi in cui può aiutarti lo psicologo

Affrontare e gestire lo stress psicologico non è semplice, in questo articolo vedremo come lo psicologo può aiutarti in due casi, nel caso di uno stress acuto cioè di uno stress molto intenso ma di breve durata, spesso legato ad un evento traumatico e nel caso di uno stress cronico, cioè di eventi stressanti di minore intensità ma ripetuti nel tempo.

Che cosa è lo stress in psicologia?

Lo stress è la risposta dell’organismo nei confronti di una situazione negativa, difficile e in alcuni casi anche pericolosa, che può essere reale o immaginaria. E’ la risposta psico-fisica dell’organismo che permette al nostro corpo di attivarsi e di fronteggiarla.
E’ quindi una risposta funzionale dell’organismo che ci permette di rimanere concentrati, energici e vigili.

Come?

Il corpo sotto stress produce gli ormoni necessari al corpo per affrontare la minaccia esterna, finito il pericolo, il nostro corpo ha bisogno di tornare allo stato di equilibrio, ripristinare i propri valori e tornare a rilassarsi.
Tuttavia, quando lo stress sembra diventare una costante nella nostra vita, smette di essere utile e tutta la nostra attivazione fisiologica finisce per creare danni all’organismo, alla produttività e alle relazioni. Tutto ciò porta ad un graduale esaurimento fisico e mentale fino al manifestarsi di sintomi evidenti come ansia, irritabilità, disturbi del sonno e dell’umore, difficoltà di attenzione oppure mal di testa, mal di stomaco e indolenzimento muscolare.

Una cosa molto importante da tenere in mente è che lo stress è soggettivo! Possiamo essere stressati per il traffico, per un esame, per gli affari, per una situazione familiare che ci fa soffrire oppure per qualcosa che normalmente sarebbe considerato positivo: il matrimonio, un viaggio, un acquisto importante, la nascita di un figlio.
E’ quindi la valutazione soggettiva a rendere l’evento stressante e non l’evento in sé per sé.
Per questo possiamo intraprendere un percorso psicologico che possa aumentare le nostre capacità di gestione dello stress, soprattutto nel caso in cui sentiamo che stiamo superando il limite di sopportazione.

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Come può aiutarti lo psicologo con lo stress cronico?

Lo stress è quindi il risultato dell’interazione tra variabili ambientali, ovvero gli eventi che ci accadono, e variabili individuali, cioè l’interpretazione che la persona costruisce della situazione stressante e che riveste un ruolo molto importante nel determinare l’intensità dello stress.
L’interpretazione, ovvero il significato con cui la persona vive la situazione stressante, determina le reazioni emotive e i comportamenti nei confronti della situazione stessa.

In psicoterapia la persona viene aiutata a comprendere, a valutare e a modificare le interpretazioni disfunzionali alla base delle quali poi si instaurano i comportamenti problematici. Diventare consapevoli di questo dialogo interno svolge un ruolo fondamentale nel cambiare poi le strategie utilizzate per fronteggiare la situazione.

Lo psicologo può aiutarci a rintracciare le ragioni dello stress. Bisogna infatti distinguere tra situazione che si possono modificare e situazioni che non si possono modificare. Nel primo caso si possono trovare delle situazioni che incidano direttamente sul problema, più pratiche che possano modificare o ridurre lo stress. Nel secondo invece ci si concentrerà sull’alleviamento del disagio emotivo provocato dal problema, attraverso l’accettazione e il compromesso. Spesso le fonti di stress richiedono una combinazione delle due strategie.

Durante il percorso psicologico inoltre vengono analizzati i mandati familiari ovvero quello che facciamo o pensiamo inconsapevolmente perché la nostra famiglia di origine ritiene che sia la cosa giusta per noi. Si intende cioè quei compiti più o meno espliciti assegnati dalla famiglia ai propri membri che riguardano ruoli da ricoprire o scelte da fare, che appaiono comprensibili se guardate all’interno della storia di quella famiglia. Queste ingombranti aspettative possono riguardare qualsiasi aspetto della nostra vita: la scelta del partner, il lavoro, la gestione del denaro.

Conoscere i mandati familiari e prenderne consapevolezza cambia la nostra percezione e ci rende liberi, permettendo di emanciparci dalle aspettative altrui. Quello sulla nostra storia infatti è un lavoro che ci toglie dei pesi inutili e che ci rimette in contatto con i nostri reali bisogni, permettendoci di dare le priorità a quello che reputiamo importante, mettendo in secondo piano il resto.

Disturbi psicologici da stress acuto

Diversi disturbi hanno origine da eventi traumatici o stressanti nei quali la persona si è trovata coinvolta. L’esposizione a eventi psicologicamente stressanti infatti riveste un ruolo fondamentale nell’esordio di numerose psicopatologie. Tra queste troviamo il disturbo acuto da stress, il disturbo post-traumatico da stress e il disturbo dell’adattamento.

I primi due si manifestano quando la persona è stata esposta ad un pericolo di morte reale o temuto, una grave lesione o una violenza. I sintomi possono essere ricordi intrusivi rispetto all’evento traumatico, come dei flashback; dei sintomi dissociativi, cioè l’incapacità di ricordare alcuni elementi dell’evento, dei sentimenti di distacco e estraneità verso gli altri; l’evitamento di ricordi, emozioni e luoghi legati all’evento; un tono dell’umore negativo e sintomi ansiosi fino all’insorgere di veri e propri attacchi di panico.

Nel caso del disturbo acuto da stress, il disturbo si risolve entro 30 giorni dall’evento accaduto mentre nel disturbo post-traumatico diventa cronico. In questo caso la persona riferisce reazioni continue e prolungate a eventi passati da molto tempo. Si tratta di un disturbo del processo di memorizzazione dell’esperienza traumatica.

Nel disturbo dell’adattamento invece i sintomi insorgono dopo un evento stressante caratterizzato da un livello di gravità minore come la fine di una relazione sentimentale, la perdita del lavoro o una crisi economica. Si manifesta con umore depresso, ansia, insonnia, bassi livelli di concentrazione.

Come può aiutarti lo psicologo in questi casi?

In questi casi è utile intervenire attraverso l’EMDR, un metodo psicoterapico per il trattamento di problemi legati ad eventi traumatici oppure a esperienze più comuni ma emotivamente stressanti. La tecnica prevede la rievocazione da parte del paziente di ricordi traumatici, contemporaneamente al movimento orizzontale degli occhi guidato dal terapeuta. Questo tipo di terapia aiuta ad elaborare le informazioni in un’ottica di autoguarigione.

 

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Problemi relazionali: quali sono le cause e come intervenire?

Saper gestire tutte le relazioni in cui siamo immersi non è semplice! I familiari, il partner, gli amici, i colleghi, altre persone che non abbiamo scelto per la nostra vita ma che vediamo tutti i giorni, ognuno di essi ha delle modalità diverse di relazionarsi a noi. Avere dei problemi relazionali con qualcuna delle persone che ci circonda è la normalità, quando però il caso diventata consuetudine e le difficoltà relazionali sono costanti della nostra quotidianità allora è necessario fermarsi e fare una riflessione su noi stessi.

Problemi relazionali: una panoramica

 

problemi relazionali, quali sono?

L’uomo è un essere relazionale. La qualità delle nostre relazioni è determinante per il nostro benessere, tuttavia per alcune persone i rapporti interpersonali possono essere troppo spesso fonte di sofferenza. Avere degli schemi relazionali disfunzionali può impedire alla persona di vivere in modo sereno e spensierato molti tipi di relazione, provando sensazioni spiacevoli e mettendo di conseguenza in atto comportamenti controproducenti per il mantenimento di una relazione.

Ovviamente non è possibile elencare in modo esaustivo tutti i problemi relazionali esistenti, ma farò degli esempi per farti capire cosa intendo: può accadere ad esempio che si provi un forte senso di inadeguatezza che conduce ad isolarsi dagli altri, oppure che si provi un costante senso di colpa che conduce ad essere eccessivamente disponibili ed accondiscendenti con gli altri, mettendo sempre al primo posto il loro bisogni prima dei propri, oppure, l’essere eccessivamente sensibili alla critica che porta ad una diffidenza ingiustificata verso le relazioni o ancora, avere delle aspettative idealizzate di quello che una relazione può offrire e rimanere costantemente delusi da esse.

Cause dei problemi di relazione

L’uomo interagisce con realtà attraverso due aree di relazione:

la relazione con sé stesso e la relazione con gli altri.

Uno dei capisaldi della psicologia è questo:
Se una persona è stata amata, sarà capace di amare sé stessa, apprezzandosi e sarà capace di amare gli altri, aprendosi alle relazioni.

Sembra una banalità? Capiamo meglio, con un po’ di teoria, quali sono i meccanismi alla base di questa affermazione.

Attraverso le prime esperienze con le figure significative, solitamente i genitori, ogni individuo si misura con differenti modalità relazionali, che possono essere non solo amore, sostegno e protezione ma anche controllo, biasimo e critica, alcune della quali potrebbero risultare prevalenti rispetto ad altre e quindi più significative ed incisive (ad esempio una madre che tende principalmente a controllare i figli o un padre che tende a biasimarli più che a sostenerli).

Queste modalità utilizzate dagli adulti con il bambino costituiscono la base per le sue aspettative future nella relazione con gli altri, cioè si vengono a strutturare delle rappresentazioni di quello che ci si può aspettare da una relazione e crescendo la persona sarà improntata a relazionarsi agli altri proprio a partire da queste aspettative.
Il modello chiamato SASB (Structural Analysis of Social Behaviour), elaborato da Lorna Benjamin, consente di collegare il funzionamento di un individuo e quindi anche gli eventuali problemi relazionali in cui potrà incorrere, alla storia delle sue relazioni familiari.

Le relazioni familiari infatti sono la base a partire dalla quale la persona andrà a strutturare ciò che pensa di sé stessa, questo la influenzerà nell’avere determinati vissuti di fronte ad una particolare interazione e di conseguenza nel modo di porre sé stessa nelle relazioni con gli altri.

Adesso facciamo degli esempi! Se una persona è stata criticata e spesso svalutata dai suoi genitori, nel rapporto con sé stessa tenderà ad autosvalutarsi e a sentirsi inadeguata e di conseguenza nelle relazioni interpersonali tenderà a mettersi sulla difensiva; se una persona è stata trascurata o ignorata nel suo passato, nel rapporto con sé stessa tenderà a trascurarsi e nelle relazioni interpersonali tenderà a chiudersi e ad isolarsi; se invece un figlio è stato eccessivamente controllato o gli sono state date troppe regole, tenderà nel rapporto con sé stesso ad auto controllarsi e limitarsi e nel rapporto con gli altri a ubbidire, compiacere oppure al contrario, a ribellarsi.

Tuttavia così facendo la persona tenderà a confermare un concetto di sé negativo, rimanendo intrappolato in un processo che si autoalimenta, andando a sviluppare dei problemi nelle relazioni come ad esempio continue delusioni d’amore, rapporti di amicizia fragili e relazioni interpersonali insoddisfacenti.

Ovviamente anche in questo caso si tratta di una semplificazione poiché questi meccanismi possono dare luogo anche a comportamenti apparentemente opposti, ma pur sempre legati alle esperienze infantili (ad esempio un bambino che non ha mai ricevuto complimenti dal padre, potrà comportarsi in modo analogo oppure in modo opposto, riempiendo di complimenti le persone per lui significative, sommergendole di quelle attenzioni che a lui sono mancate).

Intervento

Riprendendo il discorso iniziale, avere dei problemi relazionali con familiari, amici, colleghi, a volte può farci pensare che siano queste persone la causa del nostro male e che siano loro ad aver bisogno di aiuto. Se da un lato questo può essere plausibile, dall’altro non ci aiuta nella risoluzione del problema perché ci rende impotenti: l’unica persona su cui possiamo agire infatti siamo noi, e ripetersi che la colpa è degli altri non ci servirà a niente!
Decidere di iniziare un percorso psicologico può essere un’occasione per lavorare su sé stessi e risolvere le proprie difficoltà di relazione.

L’intervento dello psicologo per chi ha problemi relazionali inizia proprio sviluppando una consapevolezza di questi e dei propri punti di forza e di debolezza nel relazionarsi agli altri. Anche essere consapevoli delle nostre debolezze è fondamentale, siamo portati infatti dalla società a nascondere le nostre debolezze e così finiamo oltre che a nasconderle agli altri, per nasconderle a noi stessi, e ci togliamo la possibilità di trasformarle.

Come sottolinea Lorna Benjamin nel suo modello (SASB) è fondamentale tener presente che le strategie relazionali che un individuo va a costruire via via interagendo nella sua famiglia, rappresentano proprio una strategia che è servita a far fronte a quel tipico stile di accudimento che abbiamo ricevuto durante l’infanzia. Attraverso un percorso psicologico è possibile capire come esse siano state utili in passato, ma adesso non lo sono più, e anzi sono passate da essere utili a essere controproducenti. Capire questo è fondamentale per abbandonare queste modalità relazionali e abbracciarne di più efficaci.

Il compito del terapeuta sarà quindi formulare delle ipotesi su quali siano stati gli stili prevalenti in famiglia, sia durante l’infanzia che nel momento attuale, questo consentirà allo psicologo di costruire una relazione terapeutica proprio sugli aspetti relazionali che al paziente sono mancati e che sono necessari al suo cambiamento, andando a scardinare così le vecchie modalità relazionali e allenandosi nell’utilizzo di quelle nuove.

Se hai delle curiosità, sarò felice di risponderti, contattami pure!

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