Separazione e nuovo compagno, come comportarsi?

Separazione e nuovo compagno: una nuova famiglia da costruire. Le espressioni famiglia ricostituita, allargata, ricomposta, aperta,  sono nate per definire quella famiglia in cui i partner hanno già un’esperienza matrimoniale alle spalle e talvolta anche dei figli.
Si dovrà costruire una nuova identità familiare, fondata su regole nuove e su rapporti che prima non esistevano. Come gestire quindi al meglio la separazione, il nuovo compagno e i figli?

Una premessa importante: l’identità dei figli di genitori separati

Queste novità nella famiglia e nello stile di vita possono essere all’origine di crisi di identità nei figli se non gestite correttamente.

E’ noto che i bambini hanno bisogno di stabilità, di punti di riferimento chiari e facili da individuare. Questi punti di riferimento fisici e psicologici sono le fondamenta su cui essi costruiscono man mano il proprio senso di sicurezza e la propria identità. Il senso di sicurezza e l’autostima del bambino dipendono dagli adulti che si occupano di lui e l’identità familiare è una dimensione fondamentale, una carta d’identità con cui il bambino si presenta al mondo.

Poiché la famiglia ha questo ruolo di supporto nella costruzione dell’identità, è evidente che quando entra in crisi, si frammenta, anche la formazione dell’identità dei figli ne risente. Si tratterà allora, di prendere delle contromisure efficaci e tempestive. Se non si presta attenzione a questo aspetto, anche quelli collegati, come la relazione con i genitori separati, con il nuovo compagno e i fratelli acquisiti, rischiano di rimanere compromessi.

Una delle prime misure da prendere perciò consiste nell’aiutare i figli a definire la nuova identità familiare. Si tratterà di una famiglia un po’ più complicata della precedente, con un nuovo compagno e qualche volta anche dei nuovi fratelli, ma pur sempre una famiglia con le sue figure di riferimento, i suoi personaggi e la sua storia, una storia che si complica e si trasforma ma le cui origini non vanno cancellate.

Se le nuove coppie cercano di staccarsi emotivamente dal passato per poter far funzionare al meglio la nuova composizione familiare, per i figli, invece il legame con il passato resta una dimensione importante, alla radice della loro identità.

Passare dal “noi” della prima famiglia al “noi” della seconda è possibile ma non immediato e richiede del tempo.

Un bambino che ha più padri e madri può domandarsi anche se ha più parentele: i nonni e i cugini dei suoi fratelli acquisiti sono anche suoi parenti? No, è necessario spiegare che le sue radici stanno nei parenti dei suoi genitori biologici. Bisogna spiegare al bambino che questo è immutabile, per consentirgli di individuare le proprie origini senza ambiguità.

Gli si spiegherà anche che nella nuova famiglia avremo un rapporto con persone non imparentate, che nutrono un affetto tra di loro. Questo affetto maturerà piano piano che si vivrà insieme sotto lo stesso tetto, creando una famiglia parallela a quella di origine.

A volte il genitore affidatario può pensare che un secondo matrimonio rappresenti una nuova partenza e ritenere che sarebbe meglio per il figlio frequentare il meno possibile il genitore biologico.

Questo non funziona mai, perché implica che il bambino non tagli solo con il proprio genitore ma che dimentichi la sua vita familiare precedente, insieme alla sua famiglia composta di nonni, zii, cugini e che vada quindi a negare parte della propria identità. I bambini a cui viene fatto questa richiesta sono i più angosciati, è importante quindi che i genitori incoraggino sempre il legame con il genitore biologico.

E’ quindi possibile che i figli possano appartenere felicemente a due famiglie purchè li si accompagni nel legare il passato e il presente: il passato non può essere ignorato ma nemmeno dominare il presente.

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Separazione e nuovo compagno: i tempi

E’ necessario essere consapevoli dei tempi necessari al processo di costruzione della nuova famiglia, che parte subito con una grande sfida: il dover divenire famiglia senza aver avuto una storia precedente attraverso la quale solitamente la famiglia lentamente si costruisce.

Prima di tutto per il figlio di genitori separati occorre un certo tempo per elaborare il “lutto” causato dalla perdita del precedente stile di vita, la perdita della presenza quotidiana di un genitore, la perdita di alcune abitudini e ritualità a cui ci si era affezionati e che davano un certo senso di ordine e di stabilità.

Sarebbe bene quindi che il nuovo compagno venisse presentato nel momento in cui si iniziano ad avere dei progetti condivisi con lui.

I compiti necessari per creare la nuova famiglia sono i seguenti:

-la nuova coppia deve maturare e deve divenire solida
-i precedenti legami genitori-figli devono essere mantenuti ed evolversi
-le nuove relazioni tra il nuovo compagno, i figli acquisiti e fratelli acquisiti devono essere sviluppate
-deve nascere un senso di appartenenza alla nuova realtà familiare

Come possiamo vedere sono molti compiti per i quali solitamente servono dai 2 ai 4 anni.

La casa

Soprattutto per i bambini e i ragazzi cambiare casa può diventare un fattore che pesa sulla loro stabilità emotiva, già compromessa dal doversi adattare a molti cambiamenti.

In una ricerca condotta da Francescato e Locatelli emerge come cambiare casa aveva condotto all’instaurarsi di relazioni negative con maggiore probabilità rispetto a quando si era rimasti nella vecchia casa di famiglia mentre rimanere nella stessa casa avrebbe favorito relazioni positive con il nuovo compagno.

E’ altrettanto importante che i bambini facciano la conoscenza del nuovo compagno prima di coabitare e se c’è una forte incompatibilità è preferibile lasciar passare del tempo prima di iniziare una coabitazione.

All’interno della casa sarebbe opportuno avere i propri spazi personali. Lo spazio fisico, come avere la propria camera, per ciascun componente della nuova famiglia è la misura della capacità di questa nuova realtà di garantire a tutti i membri rispetto per l’autonomia e per la privacy e di trovare, soprattutto per i figli, uno spazio fisico che corrisponde ad un luogo mentale, sia nella casa del genitore affidatario che in quella del genitore non affidatario, cioè di sentire che c’è posto per loro nella nuova famiglia.

Il rapporto tra il nuovo compagno e il figlio

Un importante considerazione da fare è che la serenità nella nuova famiglia e il grado in cui si potrà instaurare una relazione positiva tra i figli di genitori separati e i nuovi compagni dipende sicuramente dalla qualità della relazione tra ex coniugi (ho parlato della difficoltà della coppia di lasciarsi qui).

E’ facile che nel caso in cui il figlio si trovi in une relazione conflittuale tra i genitori che si trovi in un conflitto di lealtà e senta di infrangere la fedeltà al genitore biologico se si lega al nuovo compagno.

Gli ex coniugi che hanno tra loro una relazione positiva avranno una buona relazione come genitori e quindi tutti i legami saranno più fluidi ed elastici.

Sicuramente il ruolo del nuovo compagno con i figli porta una serie di difficoltà senza dubbio dovute all’ambiguità e alla confusione del suo ruolo.

La vaghezza del ruolo è sicuramente espressa anche a livello legislativo, la legge infatti difende i rapporti di parentela tra consanguinei ma non esistono norme giuridiche che regolino i rapporti tra i nuovi partner e i figli, il nuovo partner dal punto di vista giuridico non può prendere assolutamente le funzioni del genitore biologico anche se questo non è presente dal punto di vista materiale e affettivo nella vita del figlio da molto tempo.

Quindi può darsi che mentre il genitore affidatario inviti il compagno a occuparsi dell’istruzione e della salute dei figli e lui o lei vorrebbe partecipare, le autorità scolastiche e sanitarie considerino il partner al pari di un estraneo in quanto a diritti e doveri.

Una difficoltà per il nuovo compagno può essere quella del confronto educativo con il genitore biologico soprattutto se il bambino è ancora piccolo, caso in cui la chiarezza dei confini diventa fondamentale.

Sembra che il modo migliore sia quando il nuovo compagno offre sostegno emotivo ed una relazione amichevole senza imporre la sua autorità: il rapporto può allora diventare per il bambino fonte di stimolo e di incentivo.

La situazione ideale si verifica quando il nuovo compagno aiuta i figli del proprio partner a mantenere una buona relazione con il genitore biologico, quando non crea competizioni e non cerca di sostituirsi a lui. Il bambino infatti può avere diverse figure di attaccamento e con ognuna stabilire un rapporto diverso.

Esistono degli studi che hanno evidenziato come l’età dei figli possa avere un’influenza o meno nell’accettazione delle nuove figure genitoriali.

I momenti migliori per costruire il nuovo nucleo familiare sembrano essere quelli in cui i figli sono molto piccoli oppure abbastanza grandi (17-18 anni).

Quando sono piccoli, se il nuovo partner è disponibile ed affettuoso, i bambini riescono gradatamente ad accettarlo e a stabilire buoni rapporti.

Nei ragazzi più grandi l’evento può essere gradito in quanto li aiuta a liberarsi della responsabilità verso il genitore biologico soprattutto quando sono preoccupati del suo benessere.

Relazioni tra fratelli acquisiti

Per quanto riguarda i fratelli che entrano in famiglia all’improvviso, l’adattamento tende ad essere più faticoso se il figlio è più grande. Il figlio può avere l’impressione che i propri spazi fisici e psichici vengano invasi dai più piccoli, proprio nell’età in cui iniziare a percepirsi più autonomo all’interno della famiglia è fondamentale.

Le difficoltà possono insorgere se i fratelli si trovano a dividere la stessa camera, gli stessi oggetti, ma anche se la posizione all’interno della fratria cambia, cosa che può inizialmente destabilizzare, soprattutto quando si cede il posto del “più grande”o del “più piccolo”.

Naturalmente anche queste difficoltà possono essere superate nell’ arco di un po’ di tempo e rappresentare addirittura un vantaggio perché i figli si abituano a maggiore apertura e flessibilità, ad adattarsi a situazioni ed esigenze diverse.

Dagli studi emerge inoltre come sia il comportamento degli adulti a influire positivamente o negativamente su questi rapporti tra fratelli acquisiti, un altro fattore importante è anche l’età dei ragazzi, nel senso che più sono vicini tra loro più è facile che stabiliscano una relazione significativa e positiva.

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Possibili scenari

Si è detto che ci vuole un periodo di adattamento, spesso lungo, quando si fa una separazione e un nuovo compagno arriva per formare una nuova famiglia. Il tempo è una dimensione fondamentale: ci vuole tempo elaborare il lutto della perdita della vita precedente, tempo per negoziare i bisogni del gruppo e quelli di ognuno, tempo per potersi conoscere e accettare gli uni con gli altri.

Questa regola non è assoluta, qualche volta l’arrivo di un nuovo compagno e la formazione di una nuova famiglia sono accolti bene fin dall’inizio.

Il figlio dei genitori separati è contento di vedere che il suo genitore è più sereno, ha l’impressione di fare parte di nuovo di una famiglia “normale”, “con un papà e una mamma in casa” come ha detto un bambino di 6 anni. La nuova relazione cioè porta ordine, stabilità e quindi anche identità familiare. Può sentirsi anche sollevato da una relazione troppo stretta e soffocante con il genitore affidatario, soprattutto se lo ha visto molto sofferente.

Oppure il figlio può preferire la nuova famiglia alla prima, soprattutto se i figli del nuovo partner sono coetanei, andando a creare una famiglia più movimentata ma con dentro più persone e luoghi.

Conclusioni

Bisogna riconoscere al bambino il diritto di avere una storia familiare, se non lo costringiamo a scindere dolorosamente il passato dal presente, ma lo aiutiamo a collegare le due dimensioni temporali, se lo aiutiamo a mantenere i legami con entrambi i genitori, egli sopporterà meglio quei cambiamenti che inevitabilmente si verificheranno nella sua vita affettiva e quotidiana, potendosi permettere un rapporto più sereno con il nuovo compagno.

Bisogna saper ascoltare il bambino, lasciarlo parlare e sfogare, reggendo, anche se per il genitore può essere difficile, tutta la gamma di emozioni portate da lui: la tristezza, la rabbia, il risentimento. Parlargli usando parole tranquillizzanti che possano ridurre le sue fantasie di abbandono, che chiariscano i fatti senza creargli ansie e inutili tormenti. Anche se è piccolo infatti gli si possono dare delle spiegazioni, purchè adeguate all’età.

Essere consapevole di quello che gli sta succedendo e di quello a cui va incontro lo rende più forte e meno vulnerabile. Sapere in anticipo se dovrà cambiare casa, se dovrà condividere la camera da letto con qualcuno, a chi dovrà obbedire, lascerà il tempo al bambino per immaginare come andranno le cose e potrà adattarvisi.

I bambini devo creare una storia familiare e individuale con una sufficiente continuità.

Creo con te il percorso su misura

Dott.ssa Beatrice Ottaviani Psicologa in Valdarno

 

 

BIBLIOGRAFIA
M. Andolfi, La crisi della coppia. Raffaello Cortina Editore, Milano 1999.
Francescato D., Locatelli M. (1999), Luci e ombre delle famiglie aperte. In La crisi della coppia. Raffaello Cortina Editore, Milano 1999.
Oliviero Ferraris A. (1999), Figli di famiglie divorziate e ricomposte: identità e storia familiare. In La crisi della coppia. Raffaello Cortina Editore, Milano 1999.

Sentirsi inadeguati con il partner: meccanismi in gioco

In una relazione di coppia il proprio senso di inadeguatezza può manifestarsi con il dubbio sulla tenuta della relazione e con il timore di perdere il partner. Sentirsi inadeguati con il partner ci renderà pensierosi su cosa possa mancarci per renderlo felice e per farlo star bene, una preoccupazione alimentata dalla paura di non sentirsi abbastanza a livello fisico, lavorativo e intellettuale per lui/lei.

Questa paura può portarci a fare paragoni con altre persone della vita del partner e a percepirsi sempre come perdenti, spingendoci alla continua ricerca di conferme e di attenzioni, oppure ad una gelosia malsana e immotivata.

Sentirsi inadeguati nell’incastro di coppia

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Secondo il costrutto dell’incastro di coppia, scegliamo il nostro partner in base a degli aspetti della personalità compensatori alle nostre lacune, quindi per delle caratteristiche che vediamo presenti nell’altro e che reputiamo mancarci. Ecco quindi che una persona che si sente inadeguata e di scarso valore si metterà accanto una persona in grado di affermare la propria sicurezza e il proprio valore.

Questa differenza può essere un motore di crescita personale se ci si contamina e si impara a fare proprie le caratteristiche dell’altro, succede invece che a volte la sicurezza dell’altro ci faccia stare peggio contribuendo a far scendere ulteriormente la propria autostima.

Questa situazione tuttavia non dipende solo dal partner, è necessario quindi interrogarsi su quali siano i meccanismi con i quali alimentiamo la dinamica che ci fa soffrire.

A partire da questa complementarietà nella coppia, potrebbero presentarsi due situazioni:

il partner consapevole della proprie caratteristiche all’interno della coppia, concordando con una visione svalutante dell’altro spinge, con i propri comportamenti, affinchè si senta ancora peggio. In questi casi è alto il rischio di costruire una relazione malata, basata sul subire dall’altro svalutazioni e mancanza di rispetto. Il problema in questo caso è proprio il nostro senso di inadeguatezza e di scarsa stima di sé, che porta spesso ad incolpare sè stessi della mancanza di rispetto subita dell’altro. Questo fattore, insieme alla paura di essere abbandonati e alla convinzione di non meritare una relazione migliore, ci fa rimanere in questo tipo di relazione anche se ci fa soffrire.

Il partner ci dimostra amore e attenzioni, ma è come se per noi non bastassero mai e ci sentiamo spinti in modo quasi incontrollabile a chiedere delle conferme eccessive. Nuovamente è il nostro sentirsi inadeguati a spingerci a mettere in atto questi comportamenti controproducenti che altro non fanno che confermare la paura di non essere abbastanza per l’altro: pretendere continue conferme non farà altro che allontanare il partner, stanco dall’essere messo alla prova, cosa che aumenterà il nostro senso di insicurezza e confermerà il timore di essere rifiutati. Questo porterà ad un aumento delle richieste, creando un clima invivibile nella coppia.

“Io non ho bisogno di nessuno”

Un altro caso in cui il sentirsi inadeguati risulta meno evidente: quando la persona dice che si basta da sola, “io non ho bisogno di nessuno” ed evita le relazioni.

Anche il desiderio di autosufficienza è una prevenzione rispetto al rischio di essere rifiutati. La persona ha una rappresentazione di sé come priva della capacità di suscitare negli altri risposte positive e affettuose, ecco che allora la persona si arma di tutta l’indipendenza possibile.

La persona per la paura di essere rifiutata, non voluta o non capita si comporta in modo che sembra non interessarsi agli altri, cosa che spingerà gli altri a tenersi ben lontani, andando a confermare proprio la sua convinzione che nessuno la vuole e quindi: meglio stare da soli! E anche qui si crea un circolo vizioso.

 

 

Sono entrambe strategie che hanno alla base un senso di inadeguatezza, la convinzione di non andare bene o di non essere amabile.

Sentirsi inadeguati con il partner ha a che fare con la rappresentazione di sé stessi, costruita nel corso della propria storia personale e sulla quale si può lavorare con un percorso psicologico per stare meglio con sè stessi e per vivere una relazione in modo più sano e consapevole.

 

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Dott.ssa Beatrice Ottaviani Psicologa in Valdarno

Paura di lasciarsi andare: cosa si nasconde dietro un’eccessiva rigidità?

Per alcune persone la vita sembra essere improntata all’ordine e al rigore, degli imperativi imposti prima di tutto a sé stessi e poi agli altri. Vediamo alcune caratteristiche di personalità di chi vive un’intensa paura di lasciarsi andare e l’impossibilità di prendere la vita con maggiore leggerezza.

Innanzitutto la dimensione del dovere appare centrale, non c’è spazio per il piacere e per la leggerezza. Un’altra tendenza importante per queste persone è quella di controllare tutto, sono sempre attente e vigili al fine di assicurarsi che tutto vada come previsto, tanto da pianificare le giornate, tenere i propri spazi in ordine e da tenersi occupati con molte attività, senza riuscire a rilassarsi mai.

Sul piano relazionale risultano distaccate e fredde, per loro lasciarsi andare alle emozioni provate è molto difficile, in quanto sono considerate fonte di caos e di imprevedibilità.

Cosa si nasconde dietro una persona rigida, eccessivamente scrupolosa e perfezionista che fatica a lasciarsi andare?

Queste caratteristiche di personalità si manifestano quando la persona non riesce a vivere le situazione incerte con serenità, poichè interpreta l’incertezza come portatrice di pericolo e di imprevisti.

Lasciarsi andare alle emozioni non è contemplato perchè potrebbero succedere degli imprevisti, l’esporsi all’inaspettato e mettersi in gioco è rischioso, evitano quindi il coinvolgimento emotivo come strategia di difesa.

Un timore importante per le persone che hanno paura di lasciarsi andare è quello di mostrarsi vulnerabili e in difficoltà, per questo tendono a mostrare i loro lati più funzionanti e a tenere per sé le proprie fragilità.

Queste persone inoltre sentono che se non rispettano le regole, se non danno il massimo in quello che fanno, potrebbero deludere gli altri.

Tutte queste caratteristiche di personalità quindi sono il risultato di credenze disfunzionali da cui la persona tenta di proteggersi che invece hanno come risultato l’aumento dell’ansia e l’utilizzo di strategie disfunzionali per farvi fronte, in quanto tenere tutto sotto controllo ed essere sempre impeccabili non è possibile.

Il loro comportamento infatti non è lo specchio di impegno e responsabilità, ma di un bisogno interiore che deriva dalla sensazione che se ci si lascia andare potrebbe succedere qualcosa di brutto, oppure che si potrebbe perdere la stima delle persone intorno a noi.

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Paura di lasciarsi andare: le cause

La paura di lasciarsi andare può avere diverse origini.

Nella vita di queste persone potrebbero essere accaduti degli eventi imprevedibili che si sono rivelati negativi come incidenti, malattie o fallimenti economici. Generalmente, il ricordo negativo di una esperienza di “mancanza di controllo” terrorizza la persona, che per scongiurare tale evenienza, evita tutte le situazioni simili, rinforzando tuttavia il circuito dell’ansia.

Come sempre però dobbiamo allargare lo sguardo, complessizzare il problema e andare oltre all’immediatezza di questo dato, andando a vedere anche la storia personale e familiare.

Una persona che ha paura di lasciarsi andare può aver vissuto un’infanzia caratterizzata da un eccesso di regole e di disciplina. L’aver ricevuto un’educazione troppo rigida, con i genitori che hanno preteso perfezione ed efficienza, potrebbe portare la persona ad aver introiettato questo stile di vita e a non riuscire a farne più a meno per sentirsi “nel giusto”. L’atteggiamento intransigente dei genitori è diventato il proprio e viene applicato a sé stessi come agli altri.

In alcuni casi quindi il soggetto può pensare che l’amore che riceve dipende proprio dall’impeccabilità dei suoi comportamenti, che quindi vada meritato con impegno e sacrificio. Per questo la persona si sacrifica sempre al massimo in ogni attività che mette in atto, ricercando la perfezione e non ammettendo l’errore.

Si può capire quindi come la dimensione del piacere venga totalmente trascurata per il dovere.

Alcune riflessioni necessarie

 

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Come possiamo incidere quindi su questo controllo dovuto alla paura di lasciarsi andare?

Ecco alcune domande che possono guidare questa riflessione.

L’equazione da spezzare è quella per cui una situazione incerta, priva di controllo porterà sicuramente a qualcosa di negativo.

Le domande da porsi quindi sono:

-Cosa temo esattamente?

-Quanto è possibile che accada questa evento?

-Definiamo meglio questa evento: è così grave? È l’unico esito possibile?

-La modalità che sto utilizzando per fronteggiare questo evento è utile?

 

 

Queste persone molto spesso vivono la loro rigidità come un qualcosa di ineluttabile a cui non possono sfuggire, anche di fronte alla solitudine o alla prospettiva di rimanere soli non riescono a tollerare l’incertezza e il possibile cambiamento.

E’ proprio quando ci rendiamo conto di questo che vale la pena chiedere aiuto, per imparare a costruire relazioni gratificanti e positive che permettano di raggiungere una maggiore serenità.

E’ evidente come in questa fatica non ci sia libertà ma bensì il condizionamento della propria storia.

 

 

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Dott.ssa Beatrice Ottaviani Psicologa in Valdarno

 

Aiuto psicologico: le 3 domande di richiesta di aiuto

L’aiuto psicologico non riguarda solo risolvere problemi o sostenere le persone nella sofferenza, è una relazione che aiuta a ritrovare il benessere, ad esprimere al meglio le proprie possibilità, ad attivare risorse e a far emergere le parti migliori di sè.

Esistono moltissime domande di aiuto psicologico, molto diverse tra di loro, che possono essere raggruppate in tre grandi categorie.

La domanda di aiuto psicologico di una persona per sé stessa

La domanda individuale di una persona per sé stessa è una quella statisticamente più frequente: un sintomo, delle difficoltà relazionali, un momento di crisi personale, l’elaborazione di un evento traumatico che ha avuto un impatto molto forte sulla propria vita.

Tenendo in considerazione requisiti come l’età e la gravità della situazione, la persona verrà invitata a sostenere un colloquio individuale. Il paziente troverà un professionista orientato dall’ascolto clinico che lo guiderà a dare un senso alla sua sofferenza, collocandola nel suo contesto esistenziale e nelle relazioni che lo trovano implicato nel presente al fine di poter arrivare a delle conclusioni diverse rispetto alle premesse iniziali con le quali la persona si è presentata, che sono fonte di sofferenza. E’ importante che il paziente trovi attraverso l’aiuto psicologico uno sguardo diverso al proprio problema, affinchè possa uscire già dalle prime sedute con una rappresentazione diversa rispetto a quella iniziale. L’obiettivo nel lungo termine sarà quello di trovare un modo di esistere più sano e funzionale.

Lo psicologo, dopo un primo momento di approfondimento, potrà formulare una proposta di lavoro individuale, di coppia o familiare a seconda del tipo di intervento che riterrà più utile ad aiutare il paziente, dandone la motivazione; sarà poi il paziente che sceglierà la modalità che preferisce.

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La domanda di un familiare per un altro familiare non richiedente aiuto

La domanda di un familiare per un altro familiare riguarda spesso un figlio verso il quale il genitore nutre una certa preoccupazione, oppure un partner, più raramente un fratello, definiti “malati” o “problematici”, che non sono motivati a chiedere un aiuto e quindi poco collaboranti circa l’idea di rivolgersi ad un esperto.

Bisogna sempre tenere conto che il primo requisito per affrontare un percorso di aiuto psicologico è proprio la motivazione a parteciparvi. Di conseguenza in questi casi, come sottolineano Cirillo, Selvini e Sorrentino, sarebbe un errore convocare la persona da sola, quando non riconosce di avere un problema, quando non è richiedente, cioè non la si può “spedire in terapia”.

In questi casi risulta molto più efficace vedere il ragazzo, o il familiare, insieme ai genitori o a chi ha formulato la richiesta di aiuto.

Nel caso in cui il paziente sia un ragazzo, prendiamo l’atteggiamento ostile dell’adolescente nei confronti della terapia come fondamentalmente sano, in quanto costituisce un attacco alla sua autostima.
A volte i genitori sarebbero per delegare al professionista il figlio adolescente, dando l’impressione di volerlo riparare, a causa di proprie ambivalenze, senso di colpa o incapacità a mettersi in gioco. Questa mossa nei confronti dell’adolescente va evitata. Invitare l’adolescente non richiedente da solo, può risultare patologizzante per lui e risultare una squalifica nei confronti dei genitori, figure che, al contrario, hanno bisogno di essere sostenute e rafforzate.

Parlare insieme della sofferenza rappresenta un’importante condivisione, un momento di appartenenza e di autocritica, molto utile soprattutto in quelle situazioni in cui la fiducia è lacerata, dove i genitori hanno un ruolo molto importante nel sanare questa ferita. Far parlare l’adolescente di fronte ai genitori solitamente è un aspetto che attiva il giovane, lo rende partecipe e collaborante, contemporaneamente all’altro aspetto fondamentale che avviene durante un percorso di aiuto psicologico che è il rafforzamento dei genitori nel loro ruolo di guida.

Quando il paziente è un bambino, i portatori della domanda di aiuto sono i genitori o gli adulti che ne hanno la tutela. Sarà quindi opportuno riservare uno spazio in cui i genitori da soli possano esprimere le loro preoccupazioni, le proprie ipotesi circa l’origine del problema, le proprie ansie e i propri conflitti, in modo che tutto ciò avvenga in assenza dei figli piccoli che potrebbero rimanerne turbati. In quanto datori di cure che richiedono una consulenza, si fanno portatori di una domanda che passerà necessariamente attraverso un lavoro su di loro come persone, in quanto genitori e coniugi. La dimensione è quella dell’alleanza di lavoro al fine di collaborare a sostegno della genitorialità.

A seconda dell’età del bambino, si procederà poi alla sua convocazione e all’ascolto del suo punto di vista valutandone un coinvolgimento più o meno consistente nel percorso di aiuto psicologico.

Quando la richiesta è quella di un familiare per un adulto, che potrebbe essere ad esempio per un partner con delle dipendenze, dei comportamenti delinquenziali oppure con una depressione post-partum, al primo colloquio si invitano entrambi gli interessati cercando di costruire un’alleanza terapeutica con il paziente, alla presenza del coniuge richiedente. Esploreremo in parallelo la storia dei sintomi e della persona, cercando di capire quali sono le situazioni che abbiano indotto tutto ciò nel partner.

La domanda per una relazione problematica

Infine abbiamo la domanda di aiuto psicologico per una relazione definita problematica o conflittuale. La più frequente di questa tipologia è la domanda per la coppia, dove in assenza di una patologia individuale si chiede aiuto per una relazione.

Spesso la richiesta di aiuto nasce dal profondo dolore legato ad uno specifico evento: la scoperta di un tradimento, la lettura di messaggi ambigui sul cellulare, la minaccia dell’uscita di casa. In altre occasioni la domanda racconta di una vita di coppia molto insoddisfacente da tempo. Non c’è un fatto specifico da segnalare ma piuttosto stanchezza, noia, assenza di entusiasmo e passione spesso legate alla mancanza di dialogo, calo della sessualità, delusioni reciproche di fronte ad eventi connessi alla sfera lavorativa, all’arrivo dei figli, alle tensioni con la famiglia di origine. Ingredienti che rendono la relazione un luogo complicato da vivere e difficile da sopportare.

In questo caso il focus sulla relazione motiva ad invitare entrambi i coniugi, anche se uno dei due si tira indietro oppure al contrario vorrebbe essere ascoltato da solo, in cerca di un’alleanza con lo psicologo.

Più raramente la richiesta per una relazione problematica si formula per difficoltà relazionali come quella tra genitori e figli o tra fratelli senza che ci sia un paziente, cioè una persona particolarmente sofferente o con un sintomo. Anche in questo caso il paziente sarà la famiglia, come lo era la coppia, un organismo in cui le relazioni non funzionano più e generano disagio, dolore, a volte violenza. Il sintomo è un conflitto rispetto al quale non si trova via d’uscita.

La richiesta di aiuto psicologico in questo caso può riguardare anche la gestione dei rapporti familiari a seguito di un evento luttuoso e traumatico: una morte inaspettata, la nascita di un bambino con malformazioni o le gestione di una persona disabile. Anche in questi casi sarebbe utile la partecipazione di tutta la famiglia, in modo che possano scendere in campo tutte le risorse disponibili.

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BIBLIOGRAFIA
Cirillo S., Selvini M., Sorrentino A. Entrare in terapia, Le sette porte della terapia sistemica. Raffaello Cortina Editore, Milano (2016)

Attacchi di panico notturno

Gli attacchi di panico si dividono in due categorie:
– gli attacchi di panico inaspettati, percepiti come spontanei in momenti inaspettati, di cui fanno parte anche gli attacchi di panico notturno
– gli attacchi di panico situazionali, indotti da situazioni specifiche, come ad esempio prendere l’ascensore o fare la fila al supermercato (solitamente collegati ad altri disturbi come una fobia specifica o sociale), oppure indotti da situazioni collegate ad un’esperienza traumatica.

ATTACCHI DI PANICO NOTTURNO: COSA SONO

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Durante un attacco di panico notturno la persona si sveglia in preda ad uno stato di angoscia e di paura. L’attacco si manifesta tipicamente con mancanza di fiato, dolore al petto, tachicardia, tremori, sudorazione, vampate di caldo-freddo.

Da un punto di vista della manifestazione clinica sono molto simili agli attacchi presentati di giorno, come possiamo notare consultando il DSM V (il Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi Mentali) che descrive l’attacco di panico come un episodio di intensa paura e disagio, accompagnato da almeno 4 dei seguenti 13 sintomi:

-Paura di perdere il controllo, di impazzire o di morire
-Palpitazioni
-Sensazioni di sbandamento, di instabilità o di svenimento
-Tremori fini o grandi scosse
-Sudorazione
-Dispnea o senso di soffocamento
-Dolore o fastidio al petto
Derealizzazione o depersonalizzazione
-Brividi o vampate di calore
-Parestesie (sensazioni di torpore o formicolio)
-Nausea o disturbi addominali
-Sensazione di asfissia

In generale il sintomo principe dell’attacco di panico è la paura di impazzire, di morire o di perdere il controllo.

Gli attacchi di panico nel sonno si verificano circa nel 69% delle persone con disturbo di panico, sono percepiti come particolarmente spaventosi in quanto durante il sonno il livello di consapevolezza e vigilanza è minore, di conseguenza la persona colta improvvisamente dall’attacco si sente maggiormente vulnerabile e impotente.

Gli attacchi di panico notturno possono colpire le persone prevalentemente durante la fase dell’addormentamento, oppure durante le ore del risveglio, tuttavia alcune riferiscono di avere più crisi di panico notturne, in momenti diversi della nottata. Questi attacchi solitamente avvengono durante la fase non-rem del sonno e non sono provocati dai sogni.

Il disturbo di panico si instaura quando gli attacchi di panico inaspettati diventano ricorrenti, quando si vive una preoccupazione persistente di avere un altro attacco o si temono le sue possibili conseguenze. Si caratterizza inoltre da cambiamenti nel comportamento della persona dovuti agli attacchi, ad esempio l’evitamento di alcune situazioni che nel caso del panico notturno possono essere rappresentate dal ritardare il momento di andare a letto o dal timore di dormire da soli. Il disturbo di panico quindi indica una forma di cronicizzazione dell’attacco di panico.

CAUSE DEGLI ATTACCHI DI PANICO NEL SONNO

Il disturbo di panico solitamente si sviluppa tra i 15 e i 30 anni perché è un periodo caratterizzato da cambiamenti di vita importanti, come lasciare la famiglia di origine, cominciare un nuovo lavoro, creare una nuova famiglia e altri cambiamenti di ruolo. Solitamente quindi il disturbo di panico tende a svilupparsi in adolescenza o nella prima età adulta perché gli eventi favorenti si verificano soprattutto in questo periodo.

Gli attacchi di panico notturno possono essere influenzati dagli eventi che viviamo durante la giornata, lo stato di allerta continua che vive chi soffre di un disturbo di panico conduce ad un aumento degli ormoni dello stress che possono predisporre ai risvegli notturni in preda al panico.

L’esordio sintomatico si situa non a caso nella fase di svincolo dell’individuo nei confronti della propria famiglia di origine, nel momento dell’ “uscita dal nido”. La persona più proverà ansia, più potrà richiedere una presenza accanto che la rassicuri, più proverà panico e più limiterà le proprie possibilità esplorative evitando molte situazioni ed esperienze.

Il contesto familiare di queste persone è caratterizzato da relazioni di dipendenza, soprattutto nei confronti di una delle due figure genitoriali, l’attacco di panico quindi permette al figlio di mantenere la vicinanza alla famiglia di origine.

Un’altra possibile causa degli attacchi di panico notturno riguarda la paura di situazioni legate alla perdita di vigilanza poiché caratterizzate dall’impossibilità di proteggersi da eventuali minacce, di reagire al pericolo o di chiedere aiuto in caso sopraggiunga un infarto o soffocamento.

Queste credenze catastrofiche promuovono una situazione di ipervigilanza che ha un ruolo fondamentale nel mantenimento degli attacchi di panico notturni, la persona infatti tende ad automonitorarsi e a monitorare l’ambiente circostante, cercando di essere preparata di fronte all’imprevisto.

Il contesto familiare di queste persone è solitamente caratterizzato dal messaggio per cui “il mondo è pericoloso” ed è necessario stare attenti all’imprevedibile. La persona quindi sviluppa delle credenze catastrofiche ed agisce di conseguenza.

Un’altra causa che può essere correlata agli episodi di panico notturno è costituita dall’ elevata sensibilità all’ansia, cioè la paura delle sensazioni legate all’attivazione emotiva e fisica, giudicate come pericolose . Queste persone sono particolarmente sensibili all’ansia anche se sono addormentate, si allarmano e si fanno prendere dal panico quando vengono avvertite le normali sensazioni interne del corpo legate alle fluttuazioni fisiologiche interne.

Lo sviluppo di un’elevata sensibilità all’ansia può essere acquisita in diversi modi, ad esempio attraverso un’eccessivo allarmismo delle figure di riferimento nei confronti dello svolgimento di attività inducenti attivazione fisiologica, oppure dall’avere vissuto esperienze come l’essere stati ridicolizzati o presi in giro per il rossore o il tremore.

ATTACCO DI PANICO NOTTURNO: RIMEDI

Gli attacchi di panico notturno si curano facendo psicoterapia. I farmaci, che dovrebbero essere sempre prescritti dallo specialista e non dal medico di base, non sono risolutivi. Possono essere utilizzati come una soluzione momentanea, ma dovrebbero essere sempre accompagnati ad un percorso psicologico. Inoltre, affinché il disturbo non si cronicizzi, è importante muoversi il prima possibile per cercare aiuto.

Il nostro corpo ci sta mandando un allarme importante che non può essere ignorato. E’ necessario rivolgersi ad un esperto che possa aiutarci a capire il motivo dell’ insorgenza degli attacchi di panico notturno e che attraverso un percorso psicologico possa condurci a trovare la chiave per comprendere il proprio malessere e a trovare una soluzione.

Attraverso l’approccio sistemico-relazionale si può osservare come l’attacco di panico notturno sia inserito nel contesto relazionale dell’individuo attraverso la ricostruzione della storia delle sue relazioni, che come abbiamo appena visto, sono spesso legate ai temi dell’autonomia e dell’indipendenza.

Durante il percorso psicologico le credenze dell’individuo vengono messe in discussione, indagando i messaggi che ha ricevuto (quasi mai in modo esplicito, più spesso in modo implicito) e potendo così contestualizzarli nella storia della famiglia in modo tale che assumano un senso.

La persona può scegliere di essere qualcosa di diverso rispetto alla sua storia, infatti più sarà consapevole di quanto gli è stato trasmesso, maggiore sarà il potere di rendere superflue le limitazioni che ha creato alla propria vita.

 

BIBLIOGRAFIA
-Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Quinta edizione, DSM-5. Raffaello Cortina Editore, Milano, 2014.
-Taylor, S. (2000) Disturbi di panico. Monduzzi Editore, Bologna, 2006.

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Dott.ssa Beatrice Ottaviani Psicologa in Valdarno